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Tutte le proposte inesatte fatte finora per la ripartenza del calcio italiano

Dopo l’eliminazione con la Bosnia nel playoff mondiale, l’Italia si trova di fronte all’ennesima “Apocalisse”, che vuol dire l’ennesimo tentativo di rifondazione del sistema.

Abbiamo già vissuto questo momento nel 2017 e nel 2022, cioè dopo le altre sconfitte nei playoff contro Svezia e Macedonia del Nord ma, dopo tante parole e processi mediatici, ben poco è cambiato.

Gabriele Gravina si è dimesso da presidente della Federcalcio, e a seguire anche il capodelegazione, Gigi Buffon ha detto addio all’azzurro, e a breve potrebbe seguirli il ct Rino Gattuso, arrivato sulla panchina dell’Italia solo nell’estate 2025, e forse uno dei meno responsabili dell’ennesimo disastro del calcio italiano.

Il 22 giugno ci saranno le elezioni per il nuovo presidente federale, ma intanto la FIGC non può perdere tempo, e deve decidere chi sarà il prossimo commissario tecnico che guiderà l’Italia nelle amichevoli di giugno (probabilmente in trasferta contro Lussemburgo e Grecia, altre due nazionali che non saranno ai Mondiali), e poi per la Nations League che partirà a fine settembre.

In questi giorni dando un’occhiata ai giornali e ai social sembra che tutti abbiano la ricetta giusta per “salvare” il calcio italiano, ma tutto ciò che viene proposto è realmente possibile? Andiamo ad analizzare più approfonditamente alcuni punti.

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La Serie A può davvero limitare il numero degli stranieri?

Era già successo nel 1966, dopo la clamorosa eliminazione dal Mondiale inglese con la Corea del Nord, perché quando il calcio nostrano va incontro a una figuraccia i primi responsabili sono sempre i calciatori stranieri, presenti ormai in gran numero nella nostra Serie A (quasi il 70% delle rose del massimo campionato sono formate da stranieri).

Da più parti si chiede una riduzione degli stranieri e l’introduzione di una quota minima di italiani in rosa, ma in questo caso dobbiamo dare ragione a Gravina che, nella sua contestata conferenza stampa post-Bosnia, ha detto che il calcio è uno sport professionistico e non può darsi regole proprie.

Può essere limitato, come già lo è, il numero di calciatori extracomunitari, ma non quelli appartenenti all’UE, per le normative che riguardano la libera circolazione in Europa di merci e lavoratori. In Serie A comunque c’è l’obbligo che in rosa ogni squadra abbia almeno 4 giocatori formati in Italia e altri 4 nel club specifico, e questa in qualche modo è già una limitazione.

Per imporre una vera limitazione ai giocatori comunitari invece bisognerebbe lavorare a livello europeo, con la federazione italiana che dovrebbe prima collaborare (e forse spingere) con le altre federazioni convincendole a prendere una decisione comune, e poi fare pressione su Bruxelles per fare approvare una normativa specifica per lo sport professionistico.

 

I bambini non giocano più nelle strade, in Italia come ovunque

Un’altra delle motivazioni della crisi sembra essere quella che i bambini orami sono allevati come polli da batteria nelle scuole calcio, e non giocano più liberamente per strada.

Per vedere giocare ancora i bambini a pallone per strada bisogna però probabilmente andare in qualche paese africano o sudamericano nel 2026, perché per strada con la palla non si gioca più neanche in Germania, Inghilterra, Spagna e Francia, solo per nominare i paesi a noi più affini che hanno nazionali vincenti, o che comunque partecipano costantemente alle grandi manifestazioni internazionali.

In Italia probabilmente bisognerebbe lavorare su allenatori e educatori delle scuole calcio, far capire loro che hanno lo scopo non soltanto di vincere, ma più che altro di educare il giovane e formarlo da un pinto di vista tecnico, prima ancora che tattico.

La tecnica sembra essere stata abbandonata da tempo a livello giovanile, dove la tattica la fa da padrona, e il risultato sembra essere la cosa più importante fin dai primi calci.

Paesi come Francia e Germania hanno riformato il calcio giovanile dopo grandi debacle che le avevano escluse dai grandi tornei, e ora questi modelli sembrano funzionare.

 

Conviene davvero a una società acquistare e far giocare un giovane italiano?

La sera dopo la disfatta bosniaca, il Ministro dello Sport e dei Giovani Abodi ha rimarcato in un programma televisivo che nel 2023 il Lecce ha vinto il campionato Primavera senza schierare nemmeno un giovane italiano.

Un’esagerazione che ha fatto notizia, ma ai club conviene davvero far giocare i giovani italiani? Lo stato non prevede incentivi particolari per le squadre nel favorire un italiano rispetto uno straniero, e si sa che i procuratori italiani sono sempre fra i più attivi quando c’è da lucrare su qualche giovane fenomeno o presunto tale.

Giocatori come Pio Esposito e Palestra sono due fra i più interessanti prospetti per il calcio azzurro, ma hanno già raggiunto valutazioni sul mercato rispettivamente di 70 e 40 milioni di euro. Valutazioni reali dopo così poco tempo nel calcio di vertice? E questo può essere poi traslato a cascata, con le società che trovano speso molto più conveniente fare affari con società e procuratori esteri che non quelli italiani.

 

Il sempre citato ridimensionamento dei campionati

Un’altra delle richieste che vengono sempre fatte in questi periodi di crisi sono i ridimensionamenti dei campionati.

La Bundesliga è a 18 squadre e non ha mai pensato di passare a 20, mentre la Ligue 1 due stagioni fa è passata da 20 a 18 con benefici per club (il PSG salta solitamente le partite di campionato nel weekend precedente le partite importanti di Champions) e per la nazionale.

Serie A, Premier League e Liga sono strutturate a 20 squadre, ma da più parti in Italia si chiede una riduzione a 18, se non a 16, come fatto recentemente dal presidente del Napoli De Laurentiis.

I club di A ovviamente sono poco interessati a una riduzione dei club che porterebbe a meno partite e meno incassi, ma come primo passo sicuramente ci sarebbe da ridurre il numero dei club di Serie C, che oggi sono 60 divisi in 3 gironi, con il Rimini che è saltato per aria ad inizio campionato e ha lasciato il Girone B con 19 squadre. Ogni anno in Serie C vediamo squadre iscritti che poi falliscono a metà o a fine campionato, e anche quest’anno non farà eccezione.

La riduzione delle squadre dovrebbe partire proprio dalla Serie C, e poi a cascata anche con Serie B e Serie A, rendendo i campionati più competitivi e stabili.

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